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La storia

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Gli inizi

La storia dell’acquedotto del Ruzzo è fortemente legata alla figura dell’ingegnere Alfonso De Albentiis che, poco più di un secolo fa, si fece promotore di un’iniziativa ambiziosa ed al tempo stesso molto difficile da attuare: costruire un acquedotto per portare l’acqua a Teramo e nel resto della provincia.

All’epoca ciò rappresentava uno dei problemi più grandi da affrontare e risolvere poiché le uniche risorse idriche erano i “pozzi”, oltre alle sorgenti locali purtroppo esposte a diverse tipologie di inquinamento.

Le sorgenti del Ruzzo

Le sorgenti del Ruzzo In una tale situazione di carenza idrica e di scarsa igiene sanitaria, l’ingegnere De Albentiis cominciò a pensare alla possibile captazione delle sorgenti del Ruzzo e con la collaborazione di Giovanni Bona, suo assistente e socio, elaborò un primo studio di massima che prese poi veste formale nel 1912, quando il suo progetto per la costruzione di un acquedotto fu favorevolmente accolto da un primo nucleo di Comuni: Castellalto, Cermignano, Penna Sant’Andrea, Forcella (Teramo), Notaresco e Cellino Attanasio.

Questo primo nucleo di Comuni aderì, l’8 giugno 1912, alla costituzione del Consorzio per l’acquedotto del Ruzzo.

Gli anni seguenti, fino all’approvazione definitiva del progetto e del suo finanziamento, furono caratterizzati da un’intensa attività diplomatica svolta insieme agli amministratori più sensibili per sollecitare l’entrata nel Consorzio di altri Comuni non ancora consapevoli dell’enorme importanza del progetto e dei benefici che esso avrebbe apportato alle rispettive popolazioni.

Gli sforzi per sostenere il progetto

L’enorme lavoro di coordinamento delle iniziative da intraprendere per ottenere i finanziamenti  ricadde quasi totalmente sull’ingegnere De Albentiis che, tuttavia, godeva di notevole prestigio e capacità di relazione con gli enti pubblici: essendo l’ideatore del progetto, ne era il suo più convinto sostenitore.

Certamente i rappresentanti dei Comuni interessati non avrebbero riposto la loro fiducia in un’iniziativa comune se non avessero riconosciuto in lui un tecnico al di sopra delle parti, con doti professionali ed umane molto elevate.

Il 2 settembre del 1929 è una data importante per Teramo e per molti Comuni della provincia poiché, dopo tante difficoltà e contrasti, con un telegramma a firma del capo di governo Benito Mussolini, si suggellò l’atto di nascita di una grande opera di “utilità sanitaria, igienica e civile e di supremo interesse pubblico da cui dipende la redenzione di tanti comuni”.

Un’opera che, considerata la situazione idrica della città di Teramo alla fine dell’Ottocento, una città assetata e con il rischio incombente del colera, era vista come la soluzione a uno dei più gravi problemi di quei tempi.

Tecnici ed esperti andarono così alla ricerca di acqua potabile nelle zone vicine al capoluogo, individuando nelle sorgenti di Borgonovo, Ioanella, Guazzano e Rio Arno risorse preziose ed inesauribili.

Il finanziamento del Governo

A metà degli anni ‘30 arrivò il tanto atteso finanziamento da parte del Governo e così, l’anno successivo, iniziarono i lavori di captazione delle sorgenti, lavori che furono appaltati all'impresa Cidonio.

La direzione venne chiaramente assegnata all’ideatore del progetto, l’ingegnere De Albentiis, al quale si deve la conclusione di una straordinaria avventura voluta e perseguita con caparbietà per oltre venti anni allo scopo di assicurare l’approvvigionamento idrico a quasi tutta la provincia oltre che il risanamento di tutto il territorio interessato.

L'avvio dei lavori e le difficoltà

Durante i lavori del primo lotto sopraggiunsero molteplici difficoltà, che vennero superate grazie alla stretta collaborazione tra il direttore dei lavori e l’impresa realizzatrice, un gioco di squadra che permise di superare vari ed imprevedibili ostacoli e di poter completare una grande opera in pochi anni.

Il primo colpo di piccone si ebbe il 12 marzo del 1934, quando le opere di adduzione relative al secondo e terzo lotto furono appaltate alla ditta dei fratelli Del Fante, a cui il governo fascista aveva affidato numerosi e importanti lavori.

L’opera, in cui furono applicate le tecniche idrauliche più moderne ed avanzate di quel periodo, si aprì con tre grandi cantieri, di cui il principale a Teramo, nei pressi della stazione ferroviaria, e gli altri a Pretara e alle sorgenti del Ruzzo.

Il rapporto di collaborazione che aveva caratterizzato la prima fase dei lavori venne però meno a causa di una serie di contrasti dovuti a richieste irregolari da parte dell’impresa, richieste non conformi alle condizioni di appalto e irrispettose delle regole, dei capitolati e delle procedure.

L’ingegnere De Albentiis, un tecnico dall’indubbia integrità morale, non si lasciò condizionare e, nonostante la successiva intimidazione da parte della nuova amministrazione del Consorzio a rilasciare il certificato di avanzamento dei lavori, indispensabile per il primo pagamento all’impresa, si oppose fortemente ai fratelli Del Fante.

L’impresa godeva degli appoggi politici negli ambienti del regime fascista, mentre De Albentiis perse i favori della nuova amministrazione e il 27 ottobre 1934 fu privato della direzione dei lavori formalmente per “sopraggiunti limiti di età”.

Con una serie di manovre, non sempre limpide, fu di fatto estromesso dalla prosecuzione della direzione tecnica dei lavori e fu messa persino in dubbio la paternità progettuale di quella che era la sua più grande opera.

La sua onestà e la sua dirittura morale lo portarono a scrivere una lettera circostanziata e completa di tutte le irregolarità rilevate durante i lavori del secondo e terzo lotto. Una missiva di denuncia che, considerato il particolare contesto storico, non inviò mai, rinunciando anche all’esercizio della sua professione e cancellandosi dall’Ordine degli ingegneri.

La prima fontanina ad Ornano

Altra tappa storica porta la data del 7 aprile 1935, quando dalla prima fontanina, ad Ornano di Colledara, zampillò l’acqua pura del Gran Sasso, primo inizio di un prodigioso lavoro di bonifica e di redenzione.

Il 31 agosto dello stesso anno, finalmente, la città di Teramo vide uscire dalle fontane pubbliche e dai numerosi rubinetti l’acqua del Ruzzo.

Solo nel 1947 il dottor Farina, nominato nuovo commissario del Consorzio, restituì da parte dell’Ente il rispetto che si doveva ad un uomo, l’ingegnere De Albentiis, che aveva fatto dell’acquedotto del Ruzzo la ragione della sua vita e a cui avrebbe per sempre legato il suo nome. E, in segno di riconoscimento per la sua opera progettuale ed organizzativa, fece apporre due lapidi in sua memoria, di cui una alle sorgenti e l’altra nella sede del Consorzio.

L'acquedotto del Ruzzo, che per molti anni dopo il secondo conflitto mondiale rimase un cantiere aperto, fu un’opera di avanguardia alla quale collaborarono le più accreditate ed attrezzate industrie metallurgiche del tempo e sulla quale, grazie anche all’ingegnere Roberto Colosimo, uno tra i più eminenti idraulici d’Europa, puntò i riflettori anche la propaganda fascista.

Il sostegno della Cassa del Mezzogiorno

Intorno agli anni ’50, con l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, e fino al 1980, furono finanziati circa 70 progetti per un ammontare di oltre 40 miliardi di lire. Tali finanziamenti consentirono la realizzazione di lavori molto importanti sia per la capillarità del servizio idrico sia per la quantità di acqua disponibile.

Si doveva infatti far fronte alle esigenze sempre più crescenti collegate al fenomeno dell’urbanizzazione, dell’industrializzazione e dello sviluppo igienico-sanitario. Con il boom economico che esplose in provincia di Teramo intorno al 1960, infatti, l’acqua iniziò a non essere più sufficiente e così iniziarono i lavori di costruzione dei pozzi del sub-alveo del Vomano per integrare l’adduttrice in modo da approvvigionare tutta la fascia costiera, da Martinsicuro a Roseto, località sempre più popolate soprattutto durante la stagione estiva.

La fascia costiera veniva alimentata dal sub-alveo del Vomano, la maggior parte dell’entroterra dalle sorgenti del gruppo Ruzzo mentre la zona nord-occidentale della Laga veniva servita dalle sorgenti Guardiaboschi, Malbove, Mercurio e Sportelle.

L'acqua del traforo

Ma nei primi anni ’70, durante i lavori per la realizzazione del tunnel del Gran Sasso, si scoprirono nelle viscere della montagna enormi quantitativi di acqua pregiata e così l’amministrazione del Consorzio cercò di imporre il suo diritto all’utilizzazione delle acque del traforo rivendicando ragioni legate alle situazioni di disagio dei cittadini.

Inevitabile fu però lo scontro con l'allora S.A.R.A. (Società Autostrada Romana Abruzzese), la quale riteneva di essere l’unica a poter sfruttare la nuova sorgente.

Il Consorzio dovette anche scontrarsi con l’A.N.A.S., in qualità di proprietaria del traforo, ma fortunatamente trovò una valida alleata nella Cassa del Mezzogiorno la quale doveva assicurare le fonti di finanziamento.

Nel 1973 si constatò che, invece di diminuire con il progredire dei lavori, il quantitativo di acqua scaturito dal traforo aumentava. Di conseguenza, fu possibile ripensare il sistema acquedottistico ed elaborare diverse proposte che furono recepite e candidate a finanziamento presso la Cassa del Mezzogiorno.

Il progetto di "riconversione"

Seguì un primo progetto generale di “riconversione” dell’acquedotto. Il progetto speciale 29/53, nato come perizia studi, costituì la prima opera di captazione delle acque all’interno del traforo, seguito poi dal progetto speciale 29/56 che consentì di portare le acque del traforo fino all’intersecazione della linea adduttrice per il rifornimento idrico del comprensorio interno.

Nonostante la complessità degli interventi programmati, i lavori procedettero velocemente e alla fine del 1981 i teramani iniziarono a bere anche l’acqua proveniente dal traforo.

L’acquedotto, potenziato e raddoppiato, assicurò così un servizio idoneo alle nuove esigenze e a quelle che si sarebbero sviluppate fino ai giorni nostri, gestendo correttamente gli impianti e le reti, nella piena salvaguardia della nostra ottima acqua.